Nel 2025, dopo vari anni record, le prime sei banche italiane hanno realizzato utili per quasi 28 miliardi di euro, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del tutto sconosciuta rispetto ad altri settori.

Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%.

Questa enorme mole di profitti è stata trasformata in dividendi e buy back -un’operazione senza alcuna tassazione- per quasi il 90%: tali dividendi sono andati dunque a vantaggio degli azionisti che nella stragrande maggioranza sono fondi internazionali. I dividendi bancari sono stati, pertanto, un significativo trasferimento di ricchezza all’estero.

Fino a un paio di anni fa il grosso degli utili derivava dal deposito “passivo” presso la Banca centrale europea (Bce), che remunerava le banche di fatto per “tenere fermi i soldi”, e dalla differenza tra i tassi pretesi sui mutui e quelli pagati sui risparmi. Negli ultimi due anni, in realtà, gli utili sono derivati da tre fattori ancora peggiori in termini sociali.

In primo luogo le banche si sono arricchite con le commissioni sulla vendita dei loro prodotti finanziari e assicurativa: in parole semplici, vendendo polizze previdenziali e sanitarie, rese sempre più indispensabili dalla ritirata politica del welfare a favore della privatizzazione dei servizi.

A ciò si aggiunge un minor onere pagato dalle banche stesse derivante dalla riduzione del deprezzamento dei titoli dello Stato che hanno in bilancio. Anche qui è utile insistere. Le banche italiane hanno comprato i titoli del debito del nostro Paese con le risorse trasferite gratuitamente dalla Bce.L’austerità ha migliorato la qualità del debito, che ormai viene largamente utilizzato solo per la spesa militare al di fuori dei vincoli del Patto, e il beneficio maggiore lo hanno avuto le banche; non lo Stato che dal 2024 al 2025 ha aumentato il costo degli interessi da 84 a 106 miliardi di euro, e neppure i cittadini e le cittadine che scontano la scomparsa dei servizi.

Il terzo fattore è stato costituito da una maggiore selezione del credito a tutto vantaggio dei creditori solidi, i famosi “clienti redditizi” . Negli ultimi anni, anche per effetto di normative fatte per creare un credito per soli privilegiati, il flusso dei crediti bancari, spesso coperto da garanzie pubbliche, si è rivolto solo verso clienti estremamente solidi, in modo da ridurre le costose sofferenze. Ciò, tuttavia, ha significato una riduzione del credito complessivo per la stragrande maggioranza delle imprese e delle famiglie italiane

Un’altra considerazione riguarda il fisco. Un enorme beneficio permane tuttora in vita quando le banche fanno profitti giganteschi. Il risultato è che pagano un’aliquota effettiva del 20%, invece di quella prevista di oltre 10 punti superiore.

Abbiamo banche più solide e più profittevoli ma un’economia reale che fatica a trovare nel sistema creditizio una leva di espansione coerente con le proprie esigenze.Negli ultimi trent’anni la finanza privata ha acquisito un’egemonia che non è solo economica ma anche culturale. Il linguaggio dei mercati, degli azionisti, del ritorno sul capitale è diventato il parametro dominante. La classe politica, nel complesso, non ha elaborato una visione alternativa capace di tenere insieme assetti di mercato e obiettivi di sviluppo. Oscilla tra deferenza verso i grandi gruppi e interventi estemporanei quando la pressione sociale diventa insostenibile. La tassa sugli utili bancari si colloca in questo spazio ambiguo: non modifica l’architettura del sistema ma interviene a valle, prelevando una quota di risultato (peraltro poco significativa e iniqua).

Quando questo disagio viene ascoltato la risposta tende a muoversi su due binari. Il primo è il populismo finanziario: tassazioni simboliche, annunci sugli “extra-profitti”, misure che parlano all’opinione pubblica ma incidono poco sulle strutture bancarie. Il secondo è l’inclusione cosmetica: programmi di microcredito frammentati, fondi di garanzia sottodimensionati, interventi presentati come svolte epocali ma incapaci di alterare significativamente l’offerta complessiva di credito.

Una politica coerente dovrebbe muoversi su questo piano: rafforzare la concorrenza effettiva, contrastare gli oligopoli, promuovere il pluralismo delle forme bancarie, riconoscere il valore degli intermediari di prossimità, modulare requisiti e incentivi in modo da rendere relativamente più conveniente il credito produttivo rispetto alle attività puramente speculative, collegare eventuali benefici fiscali a impegni verificabili di espansione degli impieghi verso le piccole imprese, le attività ad alta intensità di lavoro e la transizione energetica.

Il punto non sarà più tassare o celebrare i profitti ma diventerà riaprire il cantiere sociale e politico del rapporto tra credito, mercato e sviluppo, dopo trent’anni in cui si è dato per scontato che la “mano invisibile” fosse sufficiente.

Da Altreconomia 2-26

 

 

Written by Franco Rigosi